FOCUS HAITI: come sta il Paese più povero delle Americhe?

di Dario Urselli

 

SECONDO SORSO

2. UNO STORICO PROBLEMA DI CONFINI

Il confine tra due Paesi in via di sviluppo, non maturi, tende solitamente ad essere una zona di instabilità politica e di sovrapposizione culturale, dove l’identità dei popoli spesso si confonde. È quello che è succede sull’isola di Hispaniola, dove Haiti divide lo spazio con la Repubblica Dominicana: una convivenza che non è mai stata digerita. I contrasti risalgono al XVII secolo, durante il periodo coloniale, quando Francia e Spagna si spartirono i territori dell’isola. Differenze geografiche, culturali, religiose, demografiche, linguistiche ed economiche hanno reso l’area di confine molto labile, spingendo gli haitiani oltre il confine, sul territorio dominicano. Tra il 1930 e il 1960, Rafael Trujillo, dittatore della Repubblica Dominicana, per limitare tale sconfinamento, iniziò una politica nazionalista di “dominicanizzazione” delle terre di frontiera.

 

Molte energie furono investite per sviluppare una pacchetto di azioni incisive: la rieducazione religiosa attraverso la cristianizzazione della popolazione di frontiera per combattere la religione Voodoo haitiana di origine africana, gli imponenti investimenti sull’educazione scolastica attraverso la costruzione di scuole, il reclutamento degli insegnanti migliori, il sovvenzionamento di spese di vitto, alloggio e testi scolastici, l’insegnamento della lingua spagnola, il miglioramento della rete stradale, gli investimenti in agricoltura per rendere praticabile e redditizia la coltivazione sui terreni di frontiera. La politica di Trujillo funzionò e la frontiera venne nazionalizzata. Con la morte del dittatore, invece, la nuova amministrazione del paese cambiò rotta, abbandonando l’interesse per l’area di confine che tornò ad essere porosa. Dopotutto, sull’isola di Hispaniola come altrove, quando le condizioni di vita tra paesi limitrofi sono profondamente diverse, risulta difficile impedire l’emigrazione.